LA STRAGE DI ROVETTA

LA STRAGE DI ROVETTA

giovedì 19 giugno 2014





Il 26 aprile 1945 un plotone della 6^ Compagnia della Legione Tagliamento di presidio al Passo della Presolana, al quale si aggiunsero alcuni militi della 5^, sentite le notizie della disfatta tedesca decise, malgrado la contrarietà di alcuni, di arrendersi, sollecitato in tal senso anche dal Franceschetti, proprietario dell’albergo che ospitava i militi e si diresse verso Clusone. Ma, giunti a Rovetta (BG), trattarono la resa col locale C.L.N. che promise un trattamento conforme alle convenzioni internazionali. Erano 46 militi comandati dal giovane S.Ten. Panzanelli di 22 anni. Deposte le armi, furono 
alloggiati nelle locali scuole elementari. Il prete del luogo, Don Giuseppe Bravi, era anche segretario del C.L.N. locale e garantiva il rispetto degli accordi. Ma una masnada di feroci partigiani, giunti da Lovere su due camion, impose la consegna dei prigionieri e il 28 aprile, dopo feroci maltrattamenti, 43 di loro (uno, Fernando Caciolo, della 5^ Cmp, sedicenne di Anagni, riuscì a fuggire e tre giovanissimi, Chiarotti Cesare, 1931, di Milano, Ausili Enzo, 1928, di Roma e Bricco Sergio, 1929, di Como, vennero risparmiati) vennero condotti presso il cimitero di Rovetta e qui fucilati. Ben 28 di loro avevano meno di 20 anni. L’ultimo ad essere ucciso, dopo aver assistito alla morte di tutti i camerati, fu il Vice brigadiere Giuseppe Mancini, figlio di Edvige Mussolini sorella del Duce.
Dopo la guerra alcuni di quei partigiani ritenuti responsabili della strage furono individuati e processati. Ma la sentenza fu di non luogo a procedere in forza del Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 194 del 12 aprile 1945, firmato da Umberto di Savoia, che in un unico articolo dichiarava non punibili le azioni partigiane di qualsiasi tipo perché da considerarsi “azioni di guerra”. Fu, cioè, dalla viltà dei giudici, considerata azione di guerra legittima anche il massacro di prigionieri inermi compiuta, per giunta, quando la guerra era ormai terminata.



ANDRISANO Fernando, anni 22
AVERSA Antonio, anni 19
BALSAMO Vincenzo, anni 17
BANCI Carlo, anni 15
BETTINESCHI Fiorino, anni 18
BULGARELLI Alfredo, anni 18
CARSANIGA Bartolomeo Valerio, anni 21
CAVAGNA Carlo, anni 19
CRISTINI Fernando anni 21
DELL'ARMI Silvano, anni 16
DILZENI Bruno, anni 20
FERLAN Romano, anni 18
FONTANA Antonio, anni 20
FONTANA Vincenzo, anni 18
FORESTI Giuseppe, anni 18
FRAIA Bruno, anni 19
GALLOZZI Ferruccio, anni 19
GAROFALO Francesco, anni 19
GERRA Giovanni, anni 18
GIORGI Mario, anni 16
GRIPPAUDO Balilla, anni 20
LAGNA Franco, anni 17
MARINO Enrico, anni 20
MANCINI Giuseppe, anni 20
MARTINELLI Giovanni, anni 20
PANZANELLI Roberto, anni 22
PENNACCHIO Stefano, anni 18
PIELUCCI Mario, anni 17
PIOVATICCI Guido, anni 17
PIZZITUTTI Alfredo, anni 17
PORCARELLI Alvaro, anni 20
RAMPINI Vittorio, anni 19
RANDI Giuseppe, anni 18
RANDI Mario, anni 16
RASI Sergio, anni 17
SOLARI Ettore, anni 20
TAFFORELLI Bruno, anni 21
TERRANERA Italo, anni 19
UCCELLINI Pietro, anni 19
UMENA Luigi, anni 20
VILLA Carlo, anni 19
ZARELLI Aldo, anni 21
ZOLLI Franco, anni 16


“MOICANO” UNO DEI PROTAGONISTI DELL’ ECCIDIO
TRIBUNALE DI BERGAMO

Le promesse dei vili l’inganno e il tradimento

Di Franca Poli
Da quasi settant’anni l’Italia, ogni anno, il 25 aprile celebra la liberazione, la fine vittoriosa della guerra antifascista. Il riferimento è dato dalla coincidenza col giorno in cui il Comitato di Liberazione nazionale dell’alta Italia (Clnai) proclamò l’insurrezione della popolazione e delle forze partigiane contro il nemico nazifascista. In realtà festeggiamo ancora oggi un fatto che non avvenne: non si verificò mai nessuna sommossa popolare e, se è vero che le città si svuotarono di presidi militari tedeschi e italiani, fu perché gli stessi si ritirarono. Solo con l’arrivo delle prime jeep americane le vie e le piazze presero ad animarsi e fecero la loro comparsa individui stranamente vestiti con addosso accozzaglie di cappelli e divise, che imbracciando armi, in molti casi mai usate esibivano bracciali tricolori o fazzoletti rossi nuovi fiammanti.
E qui potremmo aprire il balletto delle cifre riguardanti il numero dei partigiani che aumentò vertiginosamente a “liberazione” avvenuta.
In quei giorni, i tedeschi oramai avevano stipulato un accordo con gli angloamericani per una pace separata e raggiunsero pressoché indisturbati il confine col Brennero. I reparti della RSI, senza ordini precisi, alcuni si avviarono verso il ridotto della Valtellina, altri invece, ormai tagliati fuori decisero di sciogliersi, di provare a raggiungere le loro abitazioni e, nella confusione del momento, taluni invece consegnarono spontaneamente le armi alle bande partigiane. C’era stato un preciso invito a farlo, ripetuto via radio da giorni, in cui il Clnai esortava alla resa garantendo il riconoscimento della condizione di prigionieri di guerra. In realtà mentre si cercava di offrire al popolo italiano l’immagine di una “Resistenza” rispettosa delle convenzioni internazionali, era invece stata avviata una sanguinosa e spietata resa dei conti in cui sarebbero incappati non solo i fascisti che avevano aderito alla Repubblica Sociale, ma anche i civili che erano iscritti al Pfr o semplicemente giudicati simpatizzanti. Appelli insomma, in cui si assicurava la salvezza e il trattamento secondo la legge di guerra, mentre in realtà spesso veniva attuata una disposizione “segreta” emessa dal Corpo volontari della Libertà (Cvl) che stabiliva chiaramente che gli appartenenti alle Brigate repubblicane e tutte le truppe volontarie erano considerate fuori legge e condannati a morte. Uguale trattamento andava riservato anche ai feriti trovati sul campo e in caso fossero fatti dei prigionieri, dopo l’interrogatorio, andavano eliminati entro le tre ore.
E’ il caso di aprire una parentesi per ricordare come in Emilia Romagna si verificarono i crimini più efferati, negati dalla storiografia partigiana e venuti a conoscenza dell’opinione pubblica solo in epoca recente. Nel territorio compreso fra le province di Bologna, Reggio, Ravenna e Ferrara, denominato poi il triangolo della morte o triangolo rosso, a guerra finita, e fino al 1949, si scatenò una vera e propria rappresaglia ai danni di civili che restarono vittime di vendette gratuite.
Persone che addirittura non erano state di convinta fede fascista, ma di orientamento moderato e che, concluse le ostilità, divenivano altrettanti nemici della sempre auspicata rivoluzione comunista. Gli attivisti delle brigate partigiane del partito comunista nascosero e conservarono nel territorio dei depositi di armi che, non a caso, finirono successivamente, durante un altro buio periodo della nostra storia, nelle mani degli apprendisti terroristi di formazione extraparlamentare e clandestina rifacentesi alle “volanti rosse” che avevano scorazzato impunite nella nebbiosa pianura padana, ma questa è un’altra storia.
Quello di cui oggi voglio raccontare è l’episodio riguardante un reparto di giovani militi che trovarono un’atroce morte per mano di banditi unilateralmente spacciatisi per liberatori.
La legione d’assalto Tagliamento della Guardia Nazionale Repubblicana era composta da circa 1400 uomini al comando del console Merico Zuccari. Comprendeva due battaglioni: il 63° composto per lo più di veterani, e il battaglione della Camilluccia, formatosi a Roma dopo l’armistizio con l’adesione di giovani e giovanissimi operai e studenti che, vista la vergogna nazionale dell’8 settembre, avevano sentito il dovere di servire la Patria e aderire alla RSI.
Mentre il grosso della legione si ritirava verso il Tonale, gruppi eterogenei erano rimasti isolati nei presidi più defilati della Valcamonica. Un reparto, staccato dal grosso del contingente, era agli ordini del sottotenente Roberto Panzanelli. Si trattava di un plotone della sesta compagnia del battaglione Camilluccia, composto di trentaquattro elementi, molti dei quali giovanissimi. Durante gli ultimi giorni delle Repubblica si era attestato nell’albergo della famiglia Franceschetti presso il passo della Presolana in Valcamonica e, con ogni probabilità, fu proprio lì che Panzanelli ascoltò gli appelli radiotrasmessi che invitavano alla resa con l’assicurazione dello “status” di prigionieri di guerra e durante i quali veniva anche opportunamente comunicata la ormai quasi totale resa dei reparti operanti nel territorio.
Dopo una breve consultazione con i suoi uomini il sottotenente, chiese al proprietario dell’albergo di accompagnarlo fino al vicino paese di Clusone, dove era attestata una esigua forza di partigiani locali, coi quali intendeva trattare la resa.
Scendendo lungo la valle con la bandiera bianca, non si imbatterono in nessun gruppo di partigiani in cerca di gloria, l’unico incontro che fecero fu quello con un drappello di altri tredici legionari che, dopo alcune resistenze iniziali, si unirono a loro. I militi scendevano marciando in triste silenzio per valli e sentieri, erano lontani i giorni in cui risuonavano i rumori dei loro baldanzosi passi chiodati che si confondevano con le note dei canti “…per voi ragazze belle della via che avete il volto della primavera, per voi che siete tutta poesia e sorridete alla camicia nera…”
La sera del 26 aprile 1945 si presentarono in fila a Rovetta, poco distante dalla meta che volevano raggiungere. Un paesino che è tuttora una piacevole località alle pendici delle Alpi Orobiche e che accolse con stupore e una certa indifferenza i nuovi arrivati. La popolazione infatti al posto dei fanatici sanguinari descritti dalla propaganda antifascista, vide sfilare per le strade dei ragazzi dallo sguardo sperduto, disorientato, tutti di un’età compresa tra i quindici anni dei più giovani e i ventidue dei più anziani. Sotto quegli elmetti, che per alcuni risultavano troppo grandi, le persone alle finestre, affacciate alle porte delle loro case, scorsero soltanto visi scavati da una stanchezza fisica e morale, dovuta sì alla marcia logorante, ma soprattutto alla tristezza di avere ancora nell’animo il forte desiderio di non abbandonare la lotta.
Il plotone fu accolto da don Bravi, il prete del posto e da un ufficiale dell’ex regio esercito, il maggiore Giuseppe Pacifico, responsabili coordinatori della resistenza locale, i cosiddetti “patrioti” appena costituitisi, dopo la data del 25 aprile. Il comandante Panzanelli si intrattenne a lungo a colloquio con loro e, solo dopo aver ricevuto tutte le assicurazioni e le più ampie garanzie di salvezza per i suoi uomini, si apprestò a firmare la resa. La decisione non fu ampiamente condivisa dai militi, lo testimonia il racconto del legionario Fernando Caciolo, allora quindicenne “la triste notizia mi colse mentre insieme a pochi commilitoni stavo consumando qualche panino seduto su un muricciolo ai margini del paese. Due camerati vennero ad avvisarci (…)dopo una prima scomposta reazione rabbiosa, profondamente delusi, decidemmo di proseguire da soli(…)Poco dopo il Pacifico cominciò ad arringarci, invitandoci a deporre le armi, ad evitare altro spargimento di sangue tra italiani a guerra oramai conclusa, chiamandoci fratelli e garantendoci il trattamento dei prigionieri di guerra(…)ne seguì un abbraccio fra il nostro comandante e questo individuo, per cui seppur con profonda amarezza, ci accingemmo a deporre le armi sul pavimento, cosa che anche io feci mentre le lacrime mi riempivano il viso e mi sentivo umiliato e indifeso”(testimonianza di Caciolo, Anagni 22 novembre 1998).
Dopo la firma della resa avvenuta tra il sottotenente Panzanelli e i due responsabili (documento peraltro di cui si sono perse le tracce e mai più ritrovato) i giovani vennero chiusi in alcune aule scolastiche messe a disposizione dal “comitato di accoglienza” poterono così riposarsi e rifocillarsi grazie al cibo offerto loro dalla popolazione.
In zona oltre ai rappresentanti locali della resistenza, si aggiravano gruppi di sbandati che, a differenza, si definivano partigiani veri e propri e che si vantavano di questa particolare distinzione perché meritevoli, a loro dire, di aver militato in armi contro il nemico nazifascista. A sconvolgere la sostanziale tranquillità che regnava in paese, appena si sparse la notizia che a Rovetta, con la resa della Tagliamento, avevano, senza colpo ferire, riempito “l’armeria”, arrivarono tutti i gruppi di imboscati che si trovavano nei pressi e quella mattina del 27 aprile nel cuore della Valcamonica, si trovarono riuniti, per spartirsi il bottino e prendersi il merito dell’arresto, i principali esponenti della resistenza del posto. Così presto riemersero le contraddizioni e i contrasti che avevano caratterizzato questi gruppi fino ad allora. Come ben sappiamo in alcuni casi lo scontro tra le varie formazioni di tendenze opposte non si era limitato all’ambito dialettico, ma era sfociato in vere e proprie faide conclusesi con la eliminazione fisica degli avversari. Ricordiamo uno su tutti il caso eclatante di Porzus in Friuli, avvenuto nel febbraio precedente, quando i comunisti capitanati da “Geko”, passarono per le armi, senza tanti complimenti, i partigiani della brigata monarchica Osoppo. Fra questi lo zio del famoso cantante Francesco De Gregori.
Dunque quella mattina c’erano tutti, Fiamme verdi, militanti della brigata Camozzi, rifacentesi al Partito d’Azione e rappresentanti della 53a brigata Garibaldi, di fede comunista. Ad accompagnarli vi era anche uno strano e misterioso uomo, che si ignorava precisamente chi fosse, si sapeva con certezza che si faceva chiamare il Moicano e che si trattava di un ufficiale del Soe (Special Operations Excutive). Un servizio di collegamento con l’esercito inglese per tenere sotto controllo le velleità rivoluzionarie della resistenza.
Chi avesse disposto di uccidere i militi, ancora oggi è rimasto un mistero, perché vigliaccamente da par loro, dopo la guerra e durante le fasi processuali, si sono accusati l’un l’altro, si sono nascosti dietro assenze vere o fittizie, si sono scambiati nomi e identità e tutti quasi di comune accordo, indicarono il Moicano come colui che diede l’ordine, cosa peraltro smentita dallo stesso don Bravi, ma la realtà dei fatti non cambia, in seguito a quella malaugurata riunione di infami, il 27 aprile si decise l’eliminazione dei militi repubblicani della Tagliamento.
In quelle ore venne prelevata da casa anche la giovane Amelia Angeloni colpevole di essere la fidanzata di un sottoufficiale già detenuto alla scuola di Rovetta. Fu condotta anch’essa nei pressi dell’edificio scolastico dove un uomo della Camozzi, tal Angelo Rossi detto “Buchi”, voleva prelevarla insieme al fidanzato per condurla in un cascinale fuori paese, solo l’intervento del maggiore Pacifico evitò il peggio, la ragazza fu lasciata fuggire e si nascose in casa di un abitante di Rovetta. Il maggiore però non mostrò altrettanto impegno nel salvare la vita dei militi della Tagliamento, perché da quel momento si fece di nebbia, lasciandoli sotto la custodia del parroco e di pochi altri paesani. Nel dopoguerra durante la testimonianza resa dal prete risultò aver detto testualmente prima di allontanarsi” Ho incontrato i comandanti partigiani della zona e mi dissero li facciamo fuori. Io risposi di non volerci entrare.
Il “Buchi” messo in stato di all’erta dall’atteggiamento incerto assunto dal Cln di Rovetta, non perdeva di vista i combattenti repubblicani trasferiti e abbandonati dal Pacifico in una baita fuori dal paese. Verso sera al comando di un gruppo dei suoi, fece irruzione nel rifugio e, sotto la minaccia delle armi (forse le stesse da loro consegnate) i militi vennero derubati delle giacche a vento, delle mostrine e delle decorazioni, preziosi souvenirs da sfoggiare a guerra finita a riprova della militanza nelle file della resistenza. Racconta il sopravvissuto Fernando Caciolo “Il “Buchi” e tutti gli altri presero a gozzovigliare e si divertivano a immaginare di quale morte ci avrebbero ucciso, se tramite fucilazione o per impiccagione o ambedue, per il giorno successivo: queste le affermazioni che dal sovrastante locale ci venivano trasmesse a squarciagola. Ad ore alterne scendevano a maltrattarci, bastonarci e depredarci, tanto che a me fu strappata un’armonica a bocca regalatami dal compianto capitano Alberto Martinola, comandante la mia compagnia di appartenenza, la quinta, e caduto sul Mortirolo…”
Fu una lunga notte, gran parte dei Legionari capì che quelle sarebbero state le loro ultime ore di vita e si preparavano con rassegnazione al peggio, mentre altri ostinatamente cercavano di trovare conforto nelle promesse fatte dai comunicati radiofonici e dalla parola data dai membri del comitato di liberazione di Rovetta. Era ancora buio, un’alba umida e grigia si alzava su un triste 28 aprile, i ragazzi della Tagliamento emaciati, feriti, infreddoliti vennero incolonnati all’esterno della baita e una leggera pioggia primaverile bagnava quei giovani visi già rigati di lacrime, mentre con le armi spianate i banditi conducevano il corteo verso il paese. Ad accoglierli vi erano tutti: altri partigiani della Camozzi, alcuni della 53° Garibaldi, il Moicano, Bepi Lanfranchi e Zaverio Fornoni, Bortolo Gusmeri, Battista Torri e non so chi dimentico in questo deprecabile elenco, ma nessuno poteva mancare al piacere di assistere e partecipare alla ormai decisa eliminazione dei fascisti della Tagliamento. Il prete don Bravi, (o “don Abbondio”?), oramai unico custode dei prigionieri dopo che Pacifico si era defilato, provò senza successo e forse con poca convinzione, almeno all’inizio, a intervenire in difesa dei legionari.
Il sottotenente Panzanelli, era un timido giovane ventiduenne, con gli occhiali, poco più che ragazzo, con poca esperienza e con incarichi più grandi della sua età. Quando fu brutalmente informato dai nuovi arrivati del crudele destino che sarebbe toccato a lui e ai suoi soldati, provò a protestare, chiese udienza e, condotto davanti al comandante dei partigiani presenti, fu preso a pugni e schiaffi, tanto che gli fecero cadere gli occhiali.
Cercò inutilmente di esibire la copia dell'atto di resa, ma fu fatto a pezzi davanti ai suoi occhi, chiese ancora che fosse lui soltanto a pagare, sollecitando per i suoi soldati un trattamento equo così come previsto dai patti sottoscritti, ma per tutta risposta gli strapparono gli ultimi effetti personali e gli sputarono in viso, dovette così raccogliere dignitosamente gli occhiali e avviarsi al suo crudele destino.

Continuano così i ricordi dei sopravvissuti “Finito con l’ufficiale che ridussero in uno stato pietoso, cominciarono con noi e non rispettarono neppure quelli che di noi erano stati feriti. Terminato ci ordinavano di disporci a gruppi di dieci e al nostro passaggio ci colpivano con i calci dei moschetti e delle pistole”
A gruppi così disposti furono condotti lungo il muro perimetrale del cimitero, cinque dal lato nord-est dove li attendeva il plotone di esecuzione comandato da Battista Torri e cinque dalla parte opposta nord-ovest, dove ad aspettarli invece c’era Bortolo Gusmeri con i suoi. Tra i primi cinque condotti al patibolo, il comandante Panzanelli.
Li fucilarono senza aspettare che il parroco potesse confessare anche a chi chiedeva, come ultimo desiderio, il conforto dei Sacramenti. In fila per cinque contro il muro del cimitero, sul lato nord est vennero uccisi con normali fucili a ripetizione, dalla parte opposta invece si trovarono di fronte una potente mitragliatrice che martoriò e straziò i loro corpi.
Durante le operazioni di eliminazione dei legionari, un ragazzo allora quindicenne riuscì a fuggire gettandosi dalla finestrella di un bagno di fortuna, era Fernando Caciolo, di cui ho riportato alcune testimonianze. Unici superstiti di questa crudele strage insieme a lui furono altri tre ragazzi di poco meno di quindici anni Vincenzo Ausili, Sergio Bricco e Cesare Chiarotti. Salvati questi ultimi da un intervento tardivo, ma decisivo del parroco che, finalmente, sentito il richiamo della veste che portava e abbandonato il suo pilatesco atteggiamento, si frappose fra i giovani e i loro assassini “Fummo risparmiati per intercessione del parroco di Rovetta il quale si parò davanti a noi e disse a “Fulmine” che se intendeva fucilare anche noi tre intendeva di essere sacrificato anche lui. Fu così che Fulmine ci risparmiò dicendoci che tale atto poteva costargli la vita” (Sergio Bricco dep. Pretura di Como, gennaio 1950).
Se al sottotenente Panzanelli era stato riservato l’onore di essere ucciso per primo, al contrario, il ventenne Giuseppe Mancini, prima di essere passato per le armi, fu costretto ad assistere all’uccisione di tutti i suoi commilitoni solo perché era nipote del Duce, figlio della sorella Edvige. Il ragazzo, giovane sergente, dopo questo crudele trattamento, passando accanto ai suoi camerati li chiamò uno per uno a voce alta, terminato con onore il rito, si girò verso i suoi aguzzini e con una dignità e un coraggio fuori dal comune offrì loro il petto per la scarica finale. Un po’ di onore di fronte a tanta vigliaccheria.
Finite le operazioni i soldati della Tagliamento furono scaraventati letteralmente oltre il muro del cimitero, senza rispetto alcuno e sepolti alla bell’ e meglio, in una fossa comune scavata in fretta e furia all’interno e non fu lasciato alcun segno distintivo che avrebbe potuto in seguito favorire il riconoscimento dei morti. Né venne lasciata nessuna traccia dei beni personali, orologi, oggetti d’oro e portafogli che mai furono riconsegnati ai familiari. Cadde su Rovetta, sul frastuono degli spari di quel giorno, sulle lacrime dei ragazzi sopravvissuti, sui corpi martoriati dei legionari, un silenzio complice, motivato dal desiderio di tacitare il rimordere della coscienza e ovviamente causato anche dalle pressioni esercitate sulla popolazione al fine di relegare nell’oblio la tremenda carneficina.
Solo nel settembre del 1945, dopo una denuncia anonima, iniziarono le indagini sulla strage di Rovetta, che portarono a un processo terminato nel 1950 in cui tutti e sedici i partigiani rinviati a giudizio per “aver cagionato volontariamente e con particolare crudeltà la morte di 43 militi della divisione Tagliamento”, furono giudicati “non punibili”. Non starò qui a disquisire sull’appiglio della legge che considerava non punibili coloro che avevano agito per “necessità”: fu un assassinio, una strage crudele di giovani inermi che si erano arresi e contro i quali non esisteva nessuna “necessità” di lotta, ma questa fu la giustizia applicata ai giovani martiri di Rovetta. Una giustizia che consentì agli eroici partigiani di scaricare ogni responsabilità, di restare al sicuro e nel dopoguerra accampare diritti per meriti non propri, ricevere medaglie, incarichi, pensioni, prebende al prezzo del sangue di quei ragazzi che avevano scelto di combattere per l’onore d’Italia e morirono da uomini con coraggio, forti, eretti, senza piangere e senza implorare.
A ricordarli oggi nel cimitero teatro della tragedia una lapide e una croce con i nomi dei 43 giovani legionari. I morti chiedono giustizia, è ora di conoscere i fatti, di recuperare completamente la nostra memoria storica senza censure o silenzi.
da "Ereticamwnte"
LATISANA (UDINE) 
MONUMENTO AI CADUTI DELLA TAGLIAMENTO

LA CROCE AL MORTIROLO

 CIMITERO DI ROVETTA LA TOMBA